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ALLORA GUARDO L'ORIZZONTE
e allora guardo
l'orizzonte dove il mare si fonde con il cielo. Penso e mi perdo in questo
infinito, nel moto delle onde, nella miriade di gradazioni dei colori
che dal blu intenso sfumano nel verde. E' un momento ideale come quando
lo sguardo scorre sulla distesa di sabbia del deserto. Il mio deserto.
Altri colori, un'altra sostanza, nessun movimento e tuttavia una sensazione
simile pervade l'intimo di chi si abbandona e si fonde con queste realtà
sconfinate. Forse è la percezione dell'infinito, che avvertiamo
in questi luoghi, che ci fa scomparire a noi stessi per ritrovarci diversi.
Qui la mente non è disturbata dal chiasso inutile della vita quotidiana,
dai ritmi inverosimili che ci fanno correre. Ma correre dove? E se rallentassimo,
non potremmo vivere ugualmente? Io credo di sì, anzi, credo che
vivremmo molto meglio.
Ne parliamo tanto perché è di moda, ma facciamo poco. Se
inoltre penso che ci sono persone che amano invece nutrirsi di chiasso,
di decibel assordanti, di musiche metalliche e dure, amano sballare
mi chiedo se sono loro ad avere bisogno di un po' di riposo o se sono
io ammalato di silenzio.
Già, perché nel silenzio ritrovo momenti dimenticati. Nel
silenzio ritrovo sensazioni e significati che sembravano non esistere.
In genere cerchiamo un rimedio allo stress con un po' di vacanza e un
po' di Khalil Gibran. Lo beviamo, lo trangugiamo e con entusiasmo, novelli
Indiana Jones, lo proponiamo agli amici ma poi lo dimentichiamo con la
stessa rapidità con cui l'abbiamo ingoiato.
E il Vangelo?, potrebbe essere un aiuto nella nostra vita spericolata?
Il Vangelo nemmeno lo consideriamo. Non è di moda. Fa più
trend (orrenda parola) semmai, una "religione" orientale. Esotica
e misteriosa la nuova fede ci affascina, ci incuriosisce. Ma noi modifichiamo
anche questa possibile nuova via, la occidentalizziamo, la rendiamo adatta
alle nostre esigenze. Non siamo abbastanza onesti da viverla nella sua
natura più autentica. E così, depurata da eccessi di astinenze,
che ci spaventano, ci sembra un facile rimedio ai mali d'oggi. Una "via"
non troppo religiosa, non clericale ma sufficientemente spirituale. Una
bella strada non compromettente. Una via personale e confacente alle proprie
esigenze, una via che non esito a definire egoistica e che non obbliga
a dare, magari a privarci di qualcosa, con sofferenza, grande parola,
per donare agli altri. E non per avere dunque.
Ecco la nostra civiltà dell'agio. Una civiltà di comodità
e di piaceri. Per pochi però. Solo per coloro che da scranni solidi
e confortevoli predicano rivoluzioni sociali ma senza sporcarsi nemmeno
un dito. Gente di celluloide, fatta di vanità, immagini e di vuoti
a perdere. Che povertà abissale! E' il nostro autoritratto.
Impossibile allora, come sempre, non porsi mille domande sulla nostra
condizione di poveri, perché siamo poveri dentro anche se ricchi
fuori.
Poveri e miseri, incompleti, esseri fallibili che si affannano ogni giorno;
che sognano poteri grandiosi, titoli altisonanti, esseri che decretano
guerre, inventano ideali, giustificano gesti inconsulti. E tutto questo
mentre la vita continua, mentre procede senza guardarci, senza aspettarci,
quasi distratta e insensibile a queste nostre "grandezze". Una
vita che prosegue nel suo moto verso l'ignoto, l'unico punto in comune
tra gli uomini. Potremmo definire questo punto in comune con il termine
"fine"? O forse è più giusto dire inizio?
Anche io però, davanti a questo interrogativo, provo quasi un disagio
a utilizzare quella parola che esorcizziamo continuamente, alla quale
non vogliamo pensare ma che pervade la vita di ogni giorno: la morte.
Viviamo, come diceva Padre Turoldo, "
in una società
di morte
la respiriamo nell'aria, la beviamo nell'acqua, la mangiamo
nei cibi
" e le cronache che ci bombardano costantemente ci
parlano quasi solo di carneficine, di attentati, di guerre e di gesti
disperati. E noi fingiamo che non ci riguardi. Caspita!
La vita, con quell'unico punto in comune, inoltre, non è uguale
per tutti. Siamo riusciti a creare abissi tra le persone. Un bambino appena
nato può affacciarsi ad una vita di sofferenza o ad una vita piena
di agi. Vite diverse secondo i casi. Uomini uguali ma con destini opposti.
Ricchi o poveri, miti o arroganti, liberi o schiavi, tiranni o servi.
E allora che dire, avanti signori, avanti!, c'è ancora posto in
questo caravanserraglio. O quantomeno un posto in più c'è,
è il mio, lo lascio volentieri a chi ama il caos.
Me ne esco in punta di piedi e guadagno il mio deserto. Pulito, silenzioso
e limpido. Là trovo sempre un senso, un paradossale punto d'orientamento.
Sì, proprio nel deserto là dove apparentemente non ci sono
punti per orientarsi.
Il deserto è davvero la mia casa. E se qualcuno crede che nel deserto
ci si perde nella solitudine più totale si sbaglia. E' proprio
nel silenzio che ci si incontra e si possono ascoltare le voci interiore
e Superiore.
Vado quindi nel deserto perché nel deserto c'è il mio cuore;
ma nel mio cuore
non c'è deserto.
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