"Il segreto del cielo stellato"

"Il segreto del cielo stellato"

 

Autori:
Giovanni Cismondi e Donatella Ovan
Edizioni Segno
Prezzo di copertina € 7,00


"Giallo sull'isola del sole"

 

 

 

"Giallo sull'isola del sole"

La tranquillità delle antiche città di Grado e Aquileia è improvvisamente turbata da un omicidio.
Anche il lavoro di ricerca di una giovane archeologa austriaca, che sta investigando sul passaggio di San Marco Evangelista in quelle terre, è improvvisamente sconvolto. Quale mistero circonda lo scavo archeologico?
Sullo sfondo, due misteriosi figuri tramano all'ombra del primo sole estivo.

Autori:
Giovanni Cismondi e Donatella Ovan
Edizioni Segno
Prezzo di copertina € 8,00


E ALLORA GUARDO L'ORIZZONTE

…e allora guardo l'orizzonte dove il mare si fonde con il cielo. Penso e mi perdo in questo infinito, nel moto delle onde, nella miriade di gradazioni dei colori che dal blu intenso sfumano nel verde. E' un momento ideale come quando lo sguardo scorre sulla distesa di sabbia del deserto. Il mio deserto. Altri colori, un'altra sostanza, nessun movimento e tuttavia una sensazione simile pervade l'intimo di chi si abbandona e si fonde con queste realtà sconfinate. Forse è la percezione dell'infinito, che avvertiamo in questi luoghi, che ci fa scomparire a noi stessi per ritrovarci diversi.
Qui la mente non è disturbata dal chiasso inutile della vita quotidiana, dai ritmi inverosimili che ci fanno correre. Ma correre dove? E se rallentassimo, non potremmo vivere ugualmente? Io credo di sì, anzi, credo che vivremmo molto meglio.
Ne parliamo tanto perché è di moda, ma facciamo poco. Se inoltre penso che ci sono persone che amano invece nutrirsi di chiasso, di decibel assordanti, di musiche metalliche e dure, amano sballare… mi chiedo se sono loro ad avere bisogno di un po' di riposo o se sono io ammalato di silenzio.
Già, perché nel silenzio ritrovo momenti dimenticati. Nel silenzio ritrovo sensazioni e significati che sembravano non esistere.
In genere cerchiamo un rimedio allo stress con un po' di vacanza e un po' di Khalil Gibran. Lo beviamo, lo trangugiamo e con entusiasmo, novelli Indiana Jones, lo proponiamo agli amici ma poi lo dimentichiamo con la stessa rapidità con cui l'abbiamo ingoiato.
E il Vangelo?, potrebbe essere un aiuto nella nostra vita spericolata? Il Vangelo nemmeno lo consideriamo. Non è di moda. Fa più trend (orrenda parola) semmai, una "religione" orientale. Esotica e misteriosa la nuova fede ci affascina, ci incuriosisce. Ma noi modifichiamo anche questa possibile nuova via, la occidentalizziamo, la rendiamo adatta alle nostre esigenze. Non siamo abbastanza onesti da viverla nella sua natura più autentica. E così, depurata da eccessi di astinenze, che ci spaventano, ci sembra un facile rimedio ai mali d'oggi. Una "via" non troppo religiosa, non clericale ma sufficientemente spirituale. Una bella strada non compromettente. Una via personale e confacente alle proprie esigenze, una via che non esito a definire egoistica e che non obbliga a dare, magari a privarci di qualcosa, con sofferenza, grande parola, per donare agli altri. E non per avere dunque.
Ecco la nostra civiltà dell'agio. Una civiltà di comodità e di piaceri. Per pochi però. Solo per coloro che da scranni solidi e confortevoli predicano rivoluzioni sociali ma senza sporcarsi nemmeno un dito. Gente di celluloide, fatta di vanità, immagini e di vuoti a perdere. Che povertà abissale! E' il nostro autoritratto.
Impossibile allora, come sempre, non porsi mille domande sulla nostra condizione di poveri, perché siamo poveri dentro anche se ricchi fuori.
Poveri e miseri, incompleti, esseri fallibili che si affannano ogni giorno; che sognano poteri grandiosi, titoli altisonanti, esseri che decretano guerre, inventano ideali, giustificano gesti inconsulti. E tutto questo mentre la vita continua, mentre procede senza guardarci, senza aspettarci, quasi distratta e insensibile a queste nostre "grandezze". Una vita che prosegue nel suo moto verso l'ignoto, l'unico punto in comune tra gli uomini. Potremmo definire questo punto in comune con il termine "fine"? O forse è più giusto dire inizio?
Anche io però, davanti a questo interrogativo, provo quasi un disagio a utilizzare quella parola che esorcizziamo continuamente, alla quale non vogliamo pensare ma che pervade la vita di ogni giorno: la morte. Viviamo, come diceva Padre Turoldo, "…in una società di morte… la respiriamo nell'aria, la beviamo nell'acqua, la mangiamo nei cibi…" e le cronache che ci bombardano costantemente ci parlano quasi solo di carneficine, di attentati, di guerre e di gesti disperati. E noi fingiamo che non ci riguardi. Caspita!
La vita, con quell'unico punto in comune, inoltre, non è uguale per tutti. Siamo riusciti a creare abissi tra le persone. Un bambino appena nato può affacciarsi ad una vita di sofferenza o ad una vita piena di agi. Vite diverse secondo i casi. Uomini uguali ma con destini opposti. Ricchi o poveri, miti o arroganti, liberi o schiavi, tiranni o servi.
E allora che dire, avanti signori, avanti!, c'è ancora posto in questo caravanserraglio. O quantomeno un posto in più c'è, è il mio, lo lascio volentieri a chi ama il caos.
Me ne esco in punta di piedi e guadagno il mio deserto. Pulito, silenzioso e limpido. Là trovo sempre un senso, un paradossale punto d'orientamento. Sì, proprio nel deserto là dove apparentemente non ci sono punti per orientarsi.
Il deserto è davvero la mia casa. E se qualcuno crede che nel deserto ci si perde nella solitudine più totale si sbaglia. E' proprio nel silenzio che ci si incontra e si possono ascoltare le voci interiore e Superiore.
Vado quindi nel deserto perché nel deserto c'è il mio cuore; ma nel mio cuore… non c'è deserto.